Le paure della società ricche non cambiano, mutano solo le squame. Le scosse che le fanno tremare sono le placche della povertà, della competizione con uno Stato più ricco, dell’immigrazione.

Il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza, dipinto del 1901, lo dimostra. L’opera raffigura l’avanzata dei proletari industriali del primo Novecento, una marcia disciplinata di lavoratori guidata da due uomini e una donna a piedi nudi che porta in braccio un bambino. Se lo spirito di Pellizza era dalla parte di chi cercava una vita migliore, lo stesso non si può dire della società che per prima guardò quel dipinto. Erano gli anni in cui la neonata Italia industriale si ritagliava uno spazio tra le grandi economie coloniali, anni in cui il dibattito sui diritti sociali era limitato a circoli colmi di fumo e socialisti e le marce di sciopero rappresentavano atti sovversivi contro la stabilità sociale e la crescita economica dell’intero Paese.

La marcia dei poveri continua, e le sue file si diramano in tutti i Paesi del mondo. Ma l’immagine di un suo rivolo somiglia al quadro di Pellizza: non si chiama più Quarto Stato, ma carovana. Non reclama i diritti economici, ma il diritto a una vita migliore, un orizzonte che la orienta in una marcia attraverso i Paesi più violenti dell’America Centrale verso gli Stati Uniti. Ciò che la rende simile al quadro di Pelizza è la miseria originaria che i membri della carovana condividono: che vengano dall’Honduras, o dal Guatemala, la fame dietro alle loro spalle non cambia, così come non varia il fischio delle pallottole.

La carovana dei migranti è partita il 12 ottobre da San Pedro Sula, un paesino dell’Honduras, e come fa la neve quando il sole è troppo caldo e la valle è vicina, man mano che avanzava si è trasformata in una valanga umana. Prima erano duemila persone, poi tremila, fino ad arrivare a una stima incerta di settemila individui che camminano verso l’America di Trump nella cappa umida dell’ottobre messicano. Si nutrono dell’aiuto spontaneo di chi è impietosito da quella visione di miseria itinerante, e solo la presenza di giornalisti e attivisti li protegge dalle violenze della polizia messicana. Sono schermati da un’inerzia istituzionale al loro passaggio che fa strepitare Washington e imbarazza i politici locali, in conflitto tra il bisogno dei suoi aiuti allo sviluppo e il desiderio di non venire associati all’ideatore del muro salva-America.

Anche se è a 1000 chilometri dal confine Messico-Stati Uniti, la carovana è entrata come una meteora nella campagna elettorale delle midterm elections. Per Trump è un feticcio prodigioso, sul quale infilare come aghi tutte le paure dei suoi sostenitori e degli indecisi: un giorno la carovana è finanziata dai Democratici e dal mefistofelico Soros, un altro è infiltrata da mediorientali non meglio identificati. Per i democratici, è una patata bollente: la visione di migliaia di poveri che marciano verso il proprio corpo elettorale è una sfida in termini di consensi alle politiche progressiste. Sono la manifestazione dei timori, reconditi o meno, di chi ha raggiunto una confortevolezza stabile, della quale  sostiene i difensori.

Il 25 ottobre Trump ha annunciato l’invio dell’esercito al confine per fermare quella che definisce una minaccia alla sicurezza nazionale, nonostante quest’ultima “si avventerà” contro l’America solo a dicembre, considerati i tempi di marcia.

Tra i volumi che giacciono impolverati nelle librerie della Casa Bianca dall’inizio della Presidenza, ce ne sono molti di storia, che parlano della lotta del Quarto Stato e delle loro conquiste sociali. Se Trump incaricasse qualcuno di leggerli e di riassumerli, forse gli capiterebbe di sentire che la miseria, come la speranza, non si ferma con le pallottole.


A cura di Barbara Polin

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Barbara Polin

Classe 1995, studentessa di Scienze Internazionali, coltivo il mio benessere con lunghe immersioni di cinema e libri. Scrivo perchè la realtà è frammentata, e la Wanderlust per le parole mi anima a ricomporla in un mosaico.
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