Ariel Arnaldo Ortega è stato un personaggio controverso e pieno di contraddizioni, che ha fatto del calcio un fantasioso mezzo per esprimere se stesso e quello che di più sincero aveva da dare alla gente. In primis a spettatori e tifosi, che hanno avuto il piacere di ammirare le sue funamboliche giocate.

Il genio sportivo oltre l’uomo

Lirica e fango, cielo e abissi: due opposti che ben descrivono la sua personalità. Si perché Ariel fa parte di quella cerchia ristretta di uomini che devono tutto allo sport per le sue numerose mancanze. Ma in fondo, se riuscite a cambiare leggermente la prospettiva, capirete anche che lo sport stesso ha bisogno di questi ”geni sregolati” e che se non ci fossero stati probabilmente oggi non saremmo qui a raccontare di loro e di quei lampi di estro che ci hanno fatto innamorare.

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C’era qualcosa di strabiliante in lui.  Come se sapesse trasformare una semplicità quasi becera in gesti talmente complessi da risultare parte della sfera celestiale, più che di quella umana. E quando a trentanove anni, abbracciato a suo figlio, è uscito per l’ultima volta dal prato del Monumental, c’erano 120 mila occhi bagnati da lacrime di gratitudine e di dolore. Erano lacrime d’amore, per quel che era stato, che avrebbe potuto essere e che è ancora tutt’oggi.

“Hacélo y me muero. Hacélo y me muero. La tiró por arribaaaa! Me voy! Me voy! Te quiero hasta el final de nuestras vidas! Te amo futbolisticamente! Siempre fuiste mio Ariel! Ese gol no merece mi grito. Merece el grito de tu gente Ariel!”

Ecco un primo esempio del cambio di prospettiva necessario per arrivare ad amare Ariel Ortega. Generalmente si pensa che il suo marchio di fabbrica calcistico siano stati i pallonetti: le vaselinas estratte dal cilindro da Buenos Aires a Istanbul, da Valencia a Genova. E invece il vero marchio di fabbrica di Ortega non è il pallonetto, ma il dribbling. La cosa che gli ha sempre dato più soddisfazione è l’avvertire quel leggero movimento di aria prodotto dalla gamba del suo avversario mentre si muove a vuoto nel tentativo di evitare la gambeta. Un refolo di felicità, fugace e difficilissimo da conquistare.

Le difficoltà della vita

In molti sono convinti che l’avversario principale del suo talento sia stato l’alcolismo, ma lo fraintendono con la depressione. L’alcool è stato per Ortega la via più semplice per scappare dal mal di vivere, sull’esempio inevitabile di un padre che aveva fatto lo stesso. Come sostiene il National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism degli Stati Uniti, per i figli di alcolizzati cronici si moltiplica da quattro a nove volte la possibilità di diventarlo.

Nel corso della sua vita certe cose non le ha mai capite e forse anche per questo la sua personalità era piena di interrogativi. Come quella volta in cui si giocava il grande clásico che paralizzava la sua città: Alberdi contro Ledesma. Orteguita, poco più che quindicenne, era in panchina nel Ledesma. Ed era anche l’unico in tutto lo stadio che non sapeva dell’accordo fra i due club: oggi si pareggia, così entriamo entrambi nei play-off.

Entra anche lui, a dieci dalla fine, sul punteggio di parità. La partita sembra quasi non giocarsi più, il piccolo Ariel non ne capisce il motivo. Quando gli arriva un pallone fra i piedi, è fin troppo facile per lui andare in gol. Un ragazzino che decide il derby della sua città. Gioia pura. Ma solo per lui. Nessuno lo abbraccia, tutti lo insultano. Perché? Il primo di tanti interrogativi irrisolti, nella carriera di Ariel Arnaldo Ortega…

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Anche a Buenos Aires arriva pieno di interrogativi. Sedicenne, senza famiglia e senza la possibilità di fare un vero e proprio apprendistato. Un paio di mesi con le giovanili, solo tre partite con la Reserva (squadra primavera) e poi dritto alla prima squadra.

Se dovessimo pensare ad una figura paterna, senza dubbio, Daniel Passarella è stato per Ortega un vero e proprio padre sportivo; l’unico in grado di entrare in quella sorta di  “guscio” che lo circondava. Passarella lo fa debuttare a diciassette anni, nel 1991, agli albori della costruzione di una delle versioni più belle e vincenti della storia del Club Atlético River Plate. Non impiegò molto a capire che quel ragazzino aveva grosse potenzialità date dalle sue enormi qualità tecniche, ma anche che si trattava di un caso disperato messo davanti alle difficoltà della vita senza alcuna base.

Provò a fornirgliela. Come quella volta in cui, alla fine dell’allenamento, lo caricò in macchina e lo portò personalmente in banca per fargli aprire un conto corrente. Ortega non aveva la più pallida idea di cosa fosse.

Ciò di cui invece si intende a meraviglia, Ariel, è il gioco del calcio. Lo interpreta, del resto, come un vero fuoriclasse argentino: giocate incredibili e spettacolo puro, tutto pur di rendere felice il tifoso.

La carriera

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Il primo ciclo “riverplatense” del Burrito si può dividere in due parti: la prima, dal 1991 al 1994 con Passarella al comando, è stata quella della consacrazione. Nel quadriennio della sua esplosione, fra i diciassette e i vent’anni, prima del suo primo Mondiale e di diventare un beniamino trasversale di tutto il popolo calcistico albiceleste, Ortega vince tre titoli d’Apertura e si impone come il più argentino dei talenti argentini. Nel biennio con Don Ramón, il Burrito conquista un altro campionato e soprattutto la Copa Libertadores del 1996, la seconda nella storia dei millonarios.

Orteguita scende sul rettangolo e regala gioie a non finire. Dribbling sfacciati e golazos indimenticabili. Il primo lo segna nel luglio del 1992 al Quilmes. Il più bello, forse, lo regala poco prima di partire per l’Europa, nel 1996 contro il Ferro. Un canto al “futbol”, una poesia disegnata da una corsa in diagonale, da destra a sinistra, un’accelerazione bruciante in area di rigore e una vaselina tanto dolce quanto letale. Un lampo improvviso di luce bianca, di quelli che durano un istante ma rimangono tatuati negli occhi per l’eternità.

Due momenti che riflettono una vita dedicata al futbol

La figura di Ariel Ortega si nutre di passione e fantasia, un amore incondizionato verso il mondo del futbol che fin da bambino lo ha visto calcare i campi con la voglia di divertirsi e far divertire. In campo era apparizione prima che apparenza. Quando era in stato di grazia non si esibiva in giocate: metteva in scena momenti iconici. A doverne scegliere due più significativi si fa fatica, ma vale la pena fare un tentativo.

Per il primo bisogna tornare al 30 Aprile del 1994. Giorno di Superclásico. Giorno trionfale per la storia e la gente del River Plate. Si gioca nel catino della Bombonera, dove i millionarios non vincono da otto anni. Di fronte c’è il Boca di Menotti, duro e brillante. E c’è il solito ambiente infernale del Colosseo xenéize, nel quale Passarella entra con un vistoso asciugamano bianco posto sul capo, per ripararsi dagli sputi che piovono a cascate dalla tribuna azul y oro.

Orteguita resta al centro dell’attenzione di tutti i tifosi che, naturalmente, sperano in una delle sue magie per scacciare i fantasmi della Bombonera. Appena ventenne, si cala subito nel ruolo e illumina la manovra fornendo palloni a raffica al suo partner d’attacco Hernan Jorge Crespo (la prima volta che calca il manto erboso della Bombonera) che tuttavia non sembra riuscire a sfondare la porta avversaria.

Quando però i ruoli si invertono, arriva l’apoteosi: quattordicesimo del secondo tempo, “Valdanito” non si perde d’animo, lavora di spada e di fioretto, serve una palla filtrante per la corsa di Ortega che col destro fulmina Navarro Montoya sul primo palo.

Finirà 0-2, perché appena prima dei tre fischi Crespo troverà il modo di piazzare anche il suo timbro.

Il secondo dei due episodi richiama la notte del 26 Giugno 1996: si gioca la finale della Libertadores contro l’America de Cali ed è l’appuntamento cruciale per una generazione intera di Millonarios. Il River si presenta con una formazione mostruosa e piena di talenti: ci sono sempre Crespo e Ortega, oltre che punti di riferimento come Astrada, Hernán Díaz e Cedrés. Ma ci sono anche Francescoli, il “Mono” Burgos e giovani in rampa di lancio come Sorín, Almeyda e Gallardo. L’andata in Colombia è finita 1-0, il River deve rimontare e il suo popolo è pronto a spingere con tutta la propria forza.

Francescoli, il capitano, incita i suoi fin dalle prime battute. Ma il primo vero segnale lo dà il Burrito, che subito dopo il fischio iniziale prende palla e produce uno slalom speciale seminando tutta la mediana dell’America. Poi la perde, ma la dimostrazione è subito chiara e lì, dopo soli trenta secondi di gioco, s’infrangono già i sogni colombiani: quella notte era già scritta e il cielo sopra il Monumental si colorava di bianco – rosso. Giusto il tempo, Almeyda  da centrocampo disegna un passaggio verso destra. Ortega s’ invola verso la porta. Guarda una sola volta, poi fa un cross perfetto. Una traiettoria che sembra calcolata al millimetro per sfiorare le punte dei piedi dei difensori colombiani e impattare l’interno destro di Crespo, libero al centro di un’area di rigore ricoperta di papelitos.

El partido terminerà con un 2-0, grazie alla seconda mercatura ancora opera di Hernan Crespo. Il River conquista la sua seconda Libertadores. Orteguita a soli 22 anni tocca il paradiso.

Tira però aria di cambiamento. Cosi il 28 Febbraio del 1997, in un 4-0 all’Union di Santa Fé, saluta il popolo del Monumental. Destinazione Europa, Valencia.

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Destinazione Europa

Un’infanzia tribolata e piena di insidie nella sua Buenos Aires, l’impatto con l’Europa resta altrettanto traumatico. Alla guida del Valencia c’è Claudio Ranieri e fin da subito si intuisce che il rapporto tra i due è reso difficile dalle enormi diversità caratteriali. Da una parte il Burrito, spirito libero e poco incline ai vincoli di un calcio fin troppo ingabbiato da schemi. Dall’altro Ranieri, forse non troppo flessibile e disposto a modificare le sue tattiche in favore di un solo giocatore.

È un dato di fatto che i due non si piacciono e probabilmente mai hanno provato a farlo. Gli anni valenciani si rivelano dunque estremamente pesanti per Ariel, tanto da spingerlo ad un nuovo cambiamento. Destinazione Genova.

Prima della nuova avventura italiana però c’è una tappa fondamentale della sua carriera: il mondiale transalpino del ’98. Il secondo dei suoi tre mondiali giocati. Senza dubbio il più significativo per svariati motivi, a partire dal fatto che alla guida dell’albiceleste El Burrito ritrovava il padrino Passarella. Il c.t, nonostante le difficoltà valenciane, aveva deciso di scommettere ancora su di lui. A lui aveva affidato la camiseta n° 10 di Diego e con lui andò a giocarsi il Campionato del Mondo.

Assist a Batistuta nel sofferto 1-0 dell’esordio contro il Giappone, doppietta sfolgorante e altro assist per il Bati nello show contro la Giamaica. Poi palla vincente anche a Pineda nell’1-0 sulla Croazia, a conclusione di un girone perfetto per l’Argentina e per il suo numero 10, che in quei giorni sembrava davvero il nuovo Maradona. Poi l’Inghilterra, in una partita che è entrata di diritto nella storia del calcio argentino: quella del golazo di Owen, dell’espulsione di Beckham, del 2-2 del “Pupi” Zanetti su di uno schema da calcio piazzato (marchio di fabbrica di Passarella), dei rigori parati da Roa a Ince e Batty. Dell’ennesima vendetta sugli inglesi.

Un Ortega motivato e che senza neanche apparire nel tabellino dei marcatori aveva ancora una volta dimostrato che quel 10 gli calzava a pennello. Purtroppo il mondiale per Ariel assunse un epilogo triste nella semifinale contro gli olandesi. All’87’, dopo aver letteralmente perso la ragione, colpisce con una testata l’estremo difensore Van der Sar e viene cacciato dal rettangolo di gioco.

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Parentesi italiana

Genova sembra un buon posto per Ortega. Alla Sampdoria Ariel regala i pochi attimi di entusiasmo in un anno nero: la punizione alla Juventus, la serie di gambetas all’Empoli e soprattutto la vaselina “antifisica” contro l’Inter, che rimane il suo più grande capolavoro italiano, oltre che uno dei gol più belli che si ricordino in Serie A.

Un gol che è anche un manifesto della sua semplicità, del suo essere senza filtri, del suo fregarsene delle conseguenze: esultò, come tante altre volte, togliendosi la maglia. Solo che era diffidato. Venne ammonito e dovette saltare lo scontro salvezza col Vicenza del turno successivo: la Sampdoria perse, avviandosi verso una retrocessione tutt’altro che preventivata e molto difficile da accettare, specialmente quando hai una coppia d’attacco come quella formata da Ortega e Montella.

L’anno successivo vede il suo trasferimento a Parma, dove ritrova l’ex compagno Hernan Crespo e un tecnico come Malesani, al quale il suo modo fantasioso di interpretare il calcio piace molto. Ma Ortega è già dentro un tunnel. Nel dicembre del 1998 era stato arrestato a Genova perché, completamente ubriaco, si era reso protagonista di una rissa fuori da un locale notturno. Ortega non sta più bene, beve e soffre la nostalgia, decide quindi di scappare ancora e di tornare a casa, al River.

La Vuelta

Un vita fatta di alti e bassi, di tanti sbagli. Tuttavia, Ortega è pienamente consapevole che nient’altro e nessun’altro al di fuori del suo pubblico di casa riesce a renderlo se stesso. Sentirsi amato ti porta diritto in paradiso.

Il biennio 2000-2002 è senza dubbio il migliore. Torna al River che vanta campioni del calibro di Saviola, Aimar, D’Alessandro e Cavenaghi. È protagonista di uno dei Superclásicos più ricordati dal popolo millonario nei tempi recenti: il 3-0 del Marzo 2002 alla Bombonera. Quello del “Burrito” è un vero e proprio show di fantasia ed estro: domina il campo, spacca la partita ogni volta che tocca palla, batte la punizione da cui ha origine l’1-0 di Cambiasso, smarca Rojas per la consueta “vaselina” del trionfo. In generale, disegna calcio per 90 minuti.

Cosi Orteguita sembra aver ritrovato finalmente il sorriso. É la massima espressione del calcio argentino, la nazione lo venera come un nuovo dio del calcio e proprio in quell’anno torna ad essere campione col suo River, in un Clausura 2002 che sembra tanto l’antipasto della grande abbuffata.

Di lì a poco però le cose prenderanno pieghe ben diverse e Ariel sprofonda lentamente in una crisi economica dal sapore amaro.

Il mondiale del 2002 si rivela un totale fallimento per lui e la nazionale argentina. In tanti si interrogano sul come sia stato possibile che una delle Nazionali più accreditate alla vittoria finale sia uscita in modo sconcertante nella fase a gironi. Un evento per cui ancora oggi Marcelo Bielsa, commissario tecnico di quell’albiceleste, non riesce a trovare pace .

In preda alle necessità economiche, Ortega si trova costretto ad emigrare nuovamente in una realtà come quella del Fenerbahce (Turchia), fin troppo lontano e distaccata dai suoi canoni standard di interpretazione calcistica. Un contratto da capogiro per quanto riguarda il lato economico, ma anche l’inizio della sua triste fine. Istanbul non è affatto un posto per lui: il cibo, le abitudini e la mentalità non fanno altro che accentuare la nostalgia della sua tanto amata Argentina. Chiaramente scappa, ma lo fa nel modo peggiore possibile: a Febbraio del 2003, dopo una partita giocata con la Nazionale ad Amsterdam, torna a Buenos Aires rompendo unilateralmente il vincolo con il Fenerbahce, che reagisce denunciandolo alla FIFA. La risposta è una multa da oltre 10 milioni di dollari e una sospensione dall’attività professionistica. Sommerso dai debiti e senza calcio, a ventinove anni Ariel Arnaldo Ortega è semplicemente finito.

C’è ancora però un uomo disposto a dargli l’ennesima chance : Américo Gallego. Ortega è perso, non gioca da oltre un anno ed è praticamente in bancarotta, ma Gallego convince il Newell’s Old Boys, storica società di Rosario, ad acquistare la proprietà del suo cartellino sperando in una rapida resurrezione. Il club riesce a sistemare la complicata vicenda con il Fenerbahce e si assicura le prestazioni del fuoriclasse. Nell’ Agosto del 2004 Ariel è di nuovo in pista. I piedi sono sempre gli stessi, la testa anche. Ma è cambiato il suo volto. È cambiata l’espressione. Ortega è di nuovo vivo, ma non è felice. Gioca, segna e vince, regalando ai suoi domeniche di calcio fantastico. Però è anche visibilmente incattivito, sembra covare rabbia contro non si sa chi. I sorrisi sono pochi e i gesti di stizza tanti.

In due anni con il Newell’s, Ortega dimostra di essere ancora un calciatore e di potersi ancora permettere un gran finale di carriera. Perché il suo pensiero fisso è sempre quello: le tribune del Monumental.

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Riesce a tornarci nel 2006, ma quello che scende in campo è un Ortega già sprofondato nel tunnel dell’alcolismo. Forse neanche più il calcio riusciva a colmare quella sensazione di vuoto interiore che solo l’alcool sembrava esser in grado di fare. Ammette pubblicamente di essere alcolizzato e depresso: da lì in poi di fatto sarà un continuo susseguirsi di cure mai portate a termine.

Il suo ritorno, appena un mese dopo l’ammissione della sua dipendenza, è qualcosa che attualmente si trova scritto indelebilmente nelle pagine più nostalgiche del calcio sud americano. Quel Clásico col San Lorenzo, quella vaselina raccontata con tutto l’amore del mondo da Costa Febre. Le sue parole sono un inno all’amore, all’affetto che abbraccia direttamente un campione che non ha mai smesso di regalare gioie e magie al suo pubblico.

Poi però nel 2009 ha avuto l’ennesimo crollo esistenziale, culminato nella fuga a Mendoza, all’Independiente Rivadavia, squadra di seconda divisione che gli offriva un contratto a patto che seguisse un trattamento disintossicante. Nove mesi di esilio, in cui non tutto è andato benissimo ma nei quali ha ritrovato la motivazione e la condizione per tornare a mettersi la maglia dei millionarios, nel 2010.

La fine di una carriera travagliata

Tutto però va ormai a rotoli. Nel febbraio del 2010 arriva un’altra volta tardi all’allenamento e completamente ubriaco: il tecnico Leo Astrada e il vice Hernan Díaz, suoi ex compagni nel grande River di inizio anni ’90, lo fanno fuori dopo averle provate tutte.

A maggio gioca in Nazionale la sua ultima partita, contro Haiti, in un amichevole in cui il CT Maradona voleva semplicemente effettuare alcuni test in vista del Mondiale in Sudafrica. Non vestiva l’Albiceleste da sette anni, gioca un’ora carica di stile e nostalgia. Ortega mostra Ortega alla sua Nazione per l’ultima volta, poi esce di scena. Con quel sorriso dolce e depresso, picaresco e infantile. Perso dietro al sogno di un ultimo Mondiale che non potrà mai appartenergli.

Esce così di scena, salvo tornarci per l’addio ufficiale.

 

“…Creo que todos jugamos porqué nos gusta el fùtbol, amamos el fùtbol porqué lo llevamo en el alma y en el corazòn …” 

ARIEL ORTEGA. 

 

Ariel Arnaldo Ortega è un uomo che nella sua vita non è mai riuscito a trovare la felicità, ma che non ha mai smesso di darne al suo adorato River Plate e a tutti quelli che non hanno mai potuto fare a meno di amarlo.

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Andrea Capolli

Ho studiato lingue, letterature straniere e studi interculturali all’Università di Firenze. Sono eterno amante della cultura ispano latina, partendo naturalmente dalla lingua spagnola per arrivare al baile latino americano. Lo sport e la scrittura sono sempre state altre due mie grandi passioni. Scrivo ormai da qualche annetto e gestisco un blog personale chiamato ”Coriandoli nostalgici”. Nel tempo libero amo follemente viaggiare: ”Preferisco un passaporto pieno di timbri che una casa piena di cose”.
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Andrea Capolli

Ho studiato lingue, letterature straniere e studi interculturali all’Università di Firenze. Sono eterno amante della cultura ispano latina, partendo naturalmente dalla lingua spagnola per arrivare al baile latino americano. Lo sport e la scrittura sono sempre state altre due mie grandi passioni. Scrivo ormai da qualche annetto e gestisco un blog personale chiamato ”Coriandoli nostalgici”. Nel tempo libero amo follemente viaggiare: ”Preferisco un passaporto pieno di timbri che una casa piena di cose”.
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