Buenos Aires, come molte altre città argentine, ha subito le ripercussioni derivanti dall’attuazione del modello neoliberale promosso dall’ultimo regime dittatoriale. Il processo di implementazione della suddetta dottrina economica è stato decisivo nel portare il il paese alla crisi degli anni ’90. La maggior parte dei provvedimenti presi dai governi che si sono succeduti hanno condotto all’aumento della povertà e ad una polarizzazione sempre maggiore della società.

I settori ricchi della popolazione si sono isolati dal resto della società e hanno creato un sistema di servizi privati (scuole, ospedali…) e quartieri abitativi chiusi chiamati “country” o barrios serrados. Al polo opposto, la popolazione delle campagne e dei paesi limitrofi è andata ad accrescere la massa dei poveri che vivono in situazioni precarie. Nonostante gli abitanti delle campagne costituiscano la manodopera della società, all’interno del dibattito pubblico essi vengono costantemente etichettati come portatori di pericolosità e inutilità sociale.

Tra i fenomeni costitutivi dell’Argentina, è necessario menzionarne almeno due: l’immigrazione, sia europea (più antica) che dai paesi limitrofi (più recente) e l’urbanesimo. Il paese è da sempre costituito da scarsi centri largamente abitati ed enormi spazi semi deserti. Ciò risulta essere cruciale al fine di comprendere il fenomeno di espansione urbanistica che ha portato alla nascita delle così dette villas.

La vita all’interno delle Villas

Le villas nascono a partire dagli anni ’30 del Novecento con il flusso dei lavoratori provenienti dalle campagne, attirati dal progresso industriale e spinti dall’implementazione del latifondo. La manodopera a basso costo si accalca lungo le zone adiacenti alla stazione di Retiro per lavorare alla costruzione della ferrovia. Nasce la prima Villa di B.A., la villa 31. A partire dagli anni ’50 del Novecento però, le villas si svuotano di migranti europei per essere sempre più popolate dagli immigrati che arrivano dai paesi limitrofi del Nord. Le villas si distinguono dal resto dei quartieri della città perché formalmente non sono riconosciute dal piano regolatore urbanistico, per cui non sono provviste dei servizi basici (acqua corrente, illuminazione, gas, sistema fognario). Inoltre, a seconda dell’indirizzo politico del Governo in carica, subiscono violenti atti di sradicamento e ricollocamento della popolazione residente.

La vita al loro interno non è facile, i servizi socio-sanitari spesso sono assenti, le scuole lontane e sovraffollate, lo spazio è ristretto sia fuori che dentro le abitazioni. Rispetto al resto della città, la villa, dal punto di vista sociale, è sottoposta a tre diversi processi: razializzazione, segregazione spaziale, stigmatizzazione. Ciò, come sostenuto da Grimson, determina una dicotomia città/villa, pienamente in accordo con quelle: Capital/Interior, Europa/America Latina, Blanco/Negro, Civiltà/Barbarie che contraddistinguono l’eterogeneità socio-culturale argentina. L’accesso allo studio è spesso difficoltoso, non soltanto per le condizioni economiche. Per quanto riguarda l’occupazione, molti lavorano in modo precario, trovando rimedio principalmente nella solidarietà tra vicini.

Il movimento di urbanizzazione di “Puerta de Hierro”, dove crescita e capitale sociale vanno di pari passo

Il movimento di urbanizzazione è un processo di emancipazione dal basso che coinvolge molte delle villas di Buenos Aires. Gli abitanti dei quartieri informali si uniscono per costruire condizioni di vita migliori, grazie anche alle Università che realizzano progetti di supporto al territorio. Le azioni realizzate sono principalmente urbanistiche, attraverso lo sviluppo di infrastrutture (strade, spazi pubblici, ecc) e di servizi (illuminazione, sistema fognario, ecc). Oltre ad esse, si registrano anche interventi sociali e culturali, come le mense “Abriendo Puertas” o di supporto scolastico, come i laboratori ludico-artistici.

Puerta de Hierro – nasce negli anni ’70 come nucleo abitativo transitorio e si consolida come villa a partire dagli anni ’80-‘90

Le forme organizzate a cui appartiene l’individuo e le sue reti sociali consentono di aumentare le risorse disponibili per la comunità e di incrementare il capitale sociale, utile a sua volta a promuovere lo sviluppo locale. La maggiore consapevolezza da parte propri membri di essere parte di una comunità produce empowerment, ossia la possibilità di espandere la propria libertà di scelta e azione, con la prospettiva di incrementare il controllo sulle risorse e sulle decisioni. Ciò consente di agire promuovendo il miglioramento delle proprie condizioni di vita, mettendo in atto la propria capacità di agire intenzionalmente al fine di generare un cambiamento.

Spunti e riflessioni

Dall’esperienza svolta in Argentina si trae un approccio allo studio dei processi di promozione sociale basato principalmente sul capitale umano generato dalla comunità. All’interno di una realtà dove le risorse economiche sono scarse e il contesto decisamente critico, l’organizzazione comunitaria contribuisce a promuovere una cultura della solidarietà, favorendo iniziative di partecipazione volte a costruire un tessuto sociale collaborativo basato sul mutuo-aiuto e sul dialogo con il soggetto istituzionale.

Una rete di relazioni che non si limita solo a interventi pratici sul territorio ma porta avanti una riflessione teorica tra la cittadinanza, che arriva ad interrogarsi su quali siano le barriere strutturali che contribuiscono al perpetuarsi delle ineguaglianze. Un tratto caratteristico della comunità è la comprensione, che Tönnies definisce come «un modo di sentire comune e reciproco, associativo, che costituisce la volontà propria di una comunità». A detta dell’autrice, la comprensione costituisce un formidabile mezzo da cui trarre l’azione di un cambiamento reale.


A cura di Anna Sonetti

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