Nel febbraio del 1832, nel corso del suo celebre viaggio intorno al Mondo, Charles Darwin ebbe finalmente la possibilità di sbarcare sulle coste atlantiche del Sud America ed esplorarne brevemente le foreste. Il verde lussureggiante di quei boschi tropicali ammaliò all’istante il giovane britannico: una parata di chiome verdeggianti, tronchi secolari, fiori, erbe ed insetti immersi in quel meraviglioso misto di silenzio e chiasso che pervade solo le selve più antiche, trovò rapidamente gloria eterna nei suoi scritti. Ancora oggi dai suoi diari traspira un profondo senso di bellezza che solamente le aree più selvagge del Pianeta sanno emanare. Tuttavia, di quella foresta che un tempo si estendeva per quasi l’intera lunghezza delle coste del Brasile rimane ben poco. Due secoli di deforestazione hanno lasciato il segno e oggi oltre l’85% della Mata Atlantica è andato perduto.

 

Un’emergenza continua

Il disboscamento in America Latina non è dunque una novità. Dapprima legato all’agricoltura di sussistenza, la cui espansione era trainata dalla crescita demografica, è dagli anni 70 del Novecento che il tema del come salvare l’Amazzonia ha iniziato a conoscere un’accelerazione tanto brusca quanto sostanziale.

La forte domanda di terreni agricoli per coltivare la soia e pascolare le vacche è di gran lunga il principale responsabile. La farina di soia e la carne di manzo sono infatti beni destinati in larga misura all’export, e dunque ai mercati globali, un bacino di consumatori talmente sconfinato da essere in grado di alimentare una distruzione potenzialmente senza fine. All’interno di questo fenomeno un ruolo rilevante viene innegabilmente svolto dai paesi emergenti che, legittimamente, ambiscono ad uno stile di vita sempre più simile al nostro. Le conseguenze sono lampanti: se al governo brasiliano manca la volontà di porre dei limiti allo sfruttamento, la foresta Amazzonica rischia di fare rapidamente la stessa fine della Mata Atlantica.

È in questo quadro che da quasi nove mesi Jair Messias “Palmito” Bolsonaro si trova a governare il suo Paese, dopo una campagna elettorale vinta a suon di insulti, minacce, urla e fake news. “Palmito” non è nuovo a tutto questo e neanche oggi sembra molto impressionato dalla deforestazione. Sostenuto dalla potente lobby brasiliana dell’Agrobusiness, nota come Bancada Ruralista, si fa beffe degli ambientalisti annunciando di voler portar fuori il Brasile dagli accordi di Parigi, salvo poi fare marcia indietro.

Ci sono le prove che stia pianificando una serie di progetti infrastrutturali incompatibili con importanti iniziative per conservare e salvare l’Amazzonia, oltre che volte a marginalizzare gli indigeni. Per adesso però ha favorito la deforestazione principalmente ostacolando l’applicazione della legge. Ad esempio, riducendo il numero di multe per disboscamento illegale del 34% in un anno. Oppure, attraverso la sistematica cancellazione delle operazioni di monitoraggio sul disboscamento; o mediante il licenziamento dei vertici di tutte le agenzie governative che si occupano di tutela ambientale. Come risultato la deforestazione cresce senza sosta. A giugno dell’88% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Gli incendi appiccati in agosto fanno parte di questo trend.

 

Tutte le contraddizioni di Bolsonaro

I fatti: in una vera e propria manifestazione di orgoglio ruralista, durante il da loro proclamato Giorno del Fuoco (10 agosto), centinaia di fazendeiros hanno acceso roghi in quasi tutti gli stati in cui si estende l’Amazzonia brasiliana. Il loro intento era chiaro: mostrare al presidente di cosa sono capaci e umiliare gli ambientalisti.

Il diavolo però fa le pentole, ma non i coperchi. Immense nubi di fumo nero hanno avvolto San Paolo, oscurando il sole in pieno giorno e generando clamore e proteste in Brasile e all’estero. Mentre i fuochi ancora divampavano un imbarazzato Bolsonaro si è coperto di ridicolo, cambiando versione più volte di fronte alla stampa. Prima ha negato tutto, poi ha accusato le ONG, in seguito ha affermato di non avere le risorse per estinguere i roghi, infine, di fronte alla crescente pressione internazionale, ha annunciato l’invio dell’esercito per spengere tutto. Nel frattempo, ormai in paranoia, ha messo in guardia i leader occidentali affermando che a suo giudizio delle sanzioni economiche contro il Brasile sarebbero state ingiuste. Così facendo, ha rivelato candidamente il suo punto debole. Per il Brasile, Paese la cui economia fa molto affidamento sull’export, qualunque barriera al libero commercio sarebbe disastrosa.

In fin dei conti, Bolsonaro potrebbe essere davvero l’utile idiota del quale abbiamo bisogno per salvare l’Amazzonia. Il disboscamento e gli incendi dolosi erano un problema anche durante le presidenze Temer e Rousseff, sebbene a quel tempo le autorità brasiliane proclamassero solennemente la loro determinazione a salvaguardare le foreste. Semplicemente molto spesso le parole non erano seguite dai fatti.

Oggi è proprio con la sua postura caricaturale che Palmito Bolsonaro sta spostando a suo sfavore l’ago della bilancia. Irridendo la scienza e sostenendo esplicitamente il disboscamento, l’attuale Presidente del Brasile risulta facile da demonizzare, soprattutto agli occhi di una comunità internazionale che inizia a masticare le conseguenze del global warming e di un Macron che si sente politicamente vincolato a difendere gli accordi di Parigi. È proprio dietro la sua spinta che al recente vertice G7 di Biarritz si è deciso di stanziare 20 milioni di dollari per aiutare il Brasile a estinguere gli incendi. Appare tuttavia fin troppo evidente come quei soldi altro non siano altro che un avvertimento e che l’Europa da ora in poi non starà più a guardare come ha fatto sin qui.

Per adesso, con il suo atteggiamento demenziale, Palmito è riuscito a trasformare la deforestazione in una questione planetaria discussa ai più alti livelli dei consessi internazionali. Un domani potrebbe davvero finire per attirarsi addosso quelle temute sanzioni commerciali di cui già straparla. Inoltre i suoi avversari, se vorranno promettere discontinuità, difficilmente potranno evitare di marcare le proprie differenze su questo tema: ormai decisamente il più riconoscibile della politica di Bolsonaro.

E forse, sarà anche grazie a lui se alla fine riusciremo a salvare l’Amazzonia.


A cura di Luca Frasconi

The following two tabs change content below.
Luca Frasconi

Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
author

Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
Show Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *