Di Francesco Merlo

A quindici anni dal saggio di Mary Kaldor, la fenomenologia internazionale dei conflitti armati ha assunto tratti più che mai cruenti e totalizzanti, arrivando a coinvolgere tra i suoi attori protagonisti persino i membri apparentemente più estranei al concetto di violenza: i bambini.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, i bambini arruolati oggi nel mondo sono oltre 100.000, sparsi tra le milizie ribelli e gli eserciti regolari del Sudamerica, dell’Africa, del Medio Oriente, del subcontinente indiano e dell’Asia sudorientale. È un fenomeno che nella Storia conta pochi precedenti isolati tra i quali, quello forse più celebre, è il caso dei ragazzini della Hitlerjugend, che vennero mandati al macello negli ultimi spasmi della Germania nazista.

 

Ma perché i bambini vengono arruolati proprio ora?

I ricercatori sono concordi nell’individuare un colpevole principale: Mr.francesco_21 Kalashnikov. L’invenzione di armi leggere e semplici da usare ha infatti permesso di coinvolgere in modo crescente anche soldati diversi dal tradizionale maschio adulto e ben addestrato. I kalashnikov, in particolare, per la loro robustezza, leggerezza e semplicità, potrebbero essere usati con facilità anche da dei bambini.

Ed è proprio ciò che accade.

Accanto alla proliferazione di questo tipo di armi, altri tre elementi favoriscono l’uso di BS:

  • Una società povera e sottosviluppata, e per questo più incline alla violenza;
  • Una curva demografica fracassata dalle malattie a trasmissione sessuale (in primis Aids, epatite e sifilide), che falcidiano la popolazione adulta e privano i bambini di figure protettive e di riferimento;
  • La presenza di risorse naturali facilmente accessibili (i tristemente famosi “diamanti di sangue”), che permettono alle milizie di abbandonare ogni presunzione ideologica che le colleghi con le popolazioni civili. Quest’ultimo fattore ha un peso specifico molto forte, poiché lo scollamento tra i signori della guerra e le società locali, verso le quali non devono quindi render più conto di nulla, favorisce non solo un maggior impiego di bambini in guerra, ma una generale brutalizzazione dei metodi bellici.

 

Chi arruola bambini soldato?

Contrariamente a quanto si crede, i bambini soldato sono ampiamente impiegati anche negli eserciti nazionali di molti paesi in via di sviluppo. I dittatori-presidenti di questi paesi, infatti, possono contare spesso su un supporto limitato, circoscritto alle sole forze armate e al gruppo etnico di appartenenza. Le tensioni sociali sfociano così in conflitti civili brutali e confusi, dove la probabilità di sopravvivere è direttamente proporzionale al numero di soldati che si è in grado di dispiegare; è irrilevante che essi siano uomini o bambini, l’essenziale è che uccidano i miei nemici.

Ovviamente, un largo uso di BS avviene anche tra i movimenti ribelli e le milizie dei signori della guerra. Anche questi gruppi tenderanno ad un uso maggiore di bambini soldato là dove i contesti sono più frammentati etnicamente e più deboli politicamente.

 

Quali sono i vantaggi specifici dati dall’uso di un bambino in guerra?

Un esempio vale più di mille parole; esaminiamo dunque francesco_22il caso di Charles Taylor, presidente della Liberia dal 1997 al 2003.

Nel 1989 Taylor era uno dei tanti signori della guerra coinvolti nella guerra civile contro l’allora dittatore del paese, Samuel Doe. La forza armata di cui disponeva Taylor, circa duecento uomini, era assai ridotta a confronto di quella di altri comandanti, che potevano contare su migliaia di uomini addestrati e ben equipaggiati. Taylor decise allora di impiegare i propri soldati per setacciare i villaggi e i campi profughi e arruolare, forzosamente, migliaia di bambini e ragazzi. Nel giro di qualche anno, Taylor entrava trionfante a Monrovia e diventava presidente della Liberia.

Il caso di Charles Taylor è paradigmatico dell’assoluta efficacia dei BS come strumento militare. Una pallottola sparata da un bambino uccide quanto quella di un adulto.

Non solo, ma i bambini soldato si sono rivelati in molti casi persino più utili dei soldati adulti, per esempio per la loro naturale insospettabilità. Se immaginiamo un miliziano che deve sorvegliare le mosse dei governativi e magari piazzare una carica esplosiva in una zona scoperta, quale migliore scelta di un bambino dal visetto innocente? È proprio questa la ragione per cui da anni, a Gaza, Hamas sceglie meticolosamente i propri kamikaze tra quelli dall’aspetto più dolce e i tratti più ebraici.

Ma non finisce qui. Dopo un accurato (e brutale) indottrinamento, i bambini soldato diventano combattenti feroci e crudeli; proprio per la loro caratteristica naturale di scarso senso del pericolo e delle conseguenze delle proprie azioni, i BS sono i combattenti ideali da lanciare in attacchi suicidi o diversivi. In molte zone di guerra, questi bambini sono addirittura usati per bonificare i campi minati con i propri corpi.

 

Ci sono delle leggi internazionali che vietino l’uso militare di bambini?

Il diritto internazionale ha messo a disposizione della comunità internazionale innumerevoli convenzioni, dichiarazioni e protocolli. Tuttavia, l’assenza di un’autorità militare condivisa e di una reale volontà politica di intervento ha fatto sì che queste misure siano rimaste inadempiute.

Se consideriamo poi che tra i firmatari di tali disposizioni ci sono molti stati che fanno regolare uso di bambini soldato nei propri eserciti, ecco che la situazione assume contorni tragicomici. In questo contesto, gli sforzi delle organizzazioni non governative e delle Nazioni Unite rischiano spesso di risultare vani o, peggio, grotteschi.

È il caso della liberazione di 3.500 bambini soldato avvenuta nel 2001,francesco_23 in Sudan; in occasione della cerimonia solenne di smobilitazione, erano accorsi molti mass media occidentali e i rappresentanti dell’Onu. Tutto sembrava andare come da copione, con i ribelli dello SPLA che rilasciavano alcune migliaia dei loro BS in cambio di un’importante donazione finanziaria delle Nazioni Unite. Senonché, dopo alcuni giorni da questo evento celebrativo è emerso che i bambini rilasciati erano stati rapiti poco tempo prima appositamente per la farsa, e che i 10.000 bambini soldato dello SPLA erano ancora tutti coinvolti nella guerra civile sudanese.

 

Soluzioni e conclusioni

Se ne sono scritte di tutti i colori sulle possibili misure deterrenti da adottare per frenare l’uso dei bambini in guerra. Tuttavia, spesso sono le stesse organizzazioni a perdere di vista il vero obiettivo, preferendo investire risorse ed energie su campagne dalla dubbia utilità, come quella contro l’arruolamento di volontari inglesi sedicenni nell’esercito britannico.

Come si può facilmente comprendere, sono iniziative che svalutano gli sforzi di un movimento globale, che potrebbero essere indirizzati, per esempio, sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica occidentale, la quale a sua volta potrebbe influenzare politiche nazionali che disincentivino l’uso di bambini soldato tra i propri partner internazionali (era questo il senso che ispirava il documentario “Kony 2012”).

Certo, una mossa interessante potrebbe essere quella promossa dal colosso De Beers, protagonista assoluto del commercio internazionale di diamanti, che ha cessato di acquisire i preziosi cristalli di carbonio nei paesi colpiti da conflitti armati. Tuttavia, anche queste misure finiscono per perdere d’efficacia, visto che la porosità delle frontiere africane permette il facile contrabbando da paesi in conflitto a paesi in pace (era il caso dei diamanti che dalla Sierra Leone venivano trasportati in Liberia per poi essere smerciati sui mercati internazionali).

Inoltre, la volatilità dei confini nazionali dei paesi africani impedisce controlli seri sulla proliferazione delle armi leggere (i kalashnikov appunto) che sono diventati talmente diffusi da poter essere facilmente acquistati a prezzi stracciati, spesso equivalenti a quelli del mercato dei polli.

In questo contesto, appare difficile essere ottimisti.

Gli sforzi internazionali, per quanto in crescita, sono insufficienti e mal distribuiti. La proliferazione di armi e conflitti ha alimentato spirali di violenza che ormai, specie in certe aree dell’Africa subsahariana, appaiono croniche e di difficile risoluzione nel breve periodo. Ed è proprio a questi molti ostacoli, che la comunità internazionale dovrà risolutamente affrontare, che è legato il destino di questi piccoli guerrieri.

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TOmorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
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