La Ballata di Buster Scruggs, scritto e diretto dal geniale duo di cantastorie che risponde al nome di Ethan & Joe Coen, è il film che aspettavamo di vedere da un paio d’anni a questa parte.

Nasce “diverso” pur seguendo un filone ormai comune alle produzioni americane: niente prima in prestigiosi Festival, niente commercializzazione ai confini del mondo del prodotto. Il tutto viene lasciato nelle mani di Netflix e la sua autonoma capacità di essere mainstream, ma ai critici troppo attenti alla forma dico: “Esce su Netflix? Chissenefrega”.

Le prime critiche arrivano proprio per la scelta dell’anteprima, e sappiamo come vanno certe cose: ci piace seguire le mode ma ancor più le tradizioni, ma quando ci si trova davanti ad un piccolo capolavoro, come questo, non si può non definirlo cinema. Anche se lo si sta vedendo dal salotto di casa.

Ne siamo certi, ve lo godrete anche senza il dolby surround dei masticatori di popcorn e degli schiamazzi dei teenager.

La Ballata di Buster Scruggs è un racconto, anzi, è un insieme di racconti divisi in capitoli tarantiniani. A differenza di quest’ultimo, si evitano clash e fili conduttori, lasciando ad ogni capitolo il modo di raccontarsi, concludersi e insegnarci qualcosa. Molti potrebbero restare delusi dalla mancanza di un senso comune alle varie vicende. Inizialmente, vi sembrerà un difetto: fidatevi, va benissimo così.

Ogni personaggio è presentato solo ed esclusivamente nel suo capitolo, e di loro sappiamo poco o nulla. Ma il background non serve, i personaggi sono strumentali alla trasposizione del messaggio di ogni episodio, le loro scelte e il loro modo di agire definiscono già buona parte del carattere e l’ambientazione western (trucco e costumi eccellenti) fa il resto. Le storie messe in scena non sono mai banali e, anche se ispirate a racconti e tradizioni ormai in disuso, risultano più che mai attuali: l’episodio numero 3 con Liam Neeson ricorda una bella puntata di XFactor.

La fotografia segue passo passo la linea di un racconto fiabesco. In fondo, voi come ve le immaginavate le favole da bambini? Spesso c’è molta più luce di quanta ce ne sia in natura, ma con uno scopo: dare alla fantasia il colore della fantasia. Qui la fotografia ha veramente trovato le cromature giuste, fantastica, senza arrivare ad eccedere.

C’è chi si chiederà: “Tanto impegno e poi non potrà andare nemmeno agli Oscar?”. In realtà, il cinema di qualità e d’autore lo si fa per passione verso il proprio lavoro, per poter scrivere senza una produzione munita di penna rossa e blu pronta a correggere le bozze. Lo si fa per essere liberi, e non per una statuetta che “il mio falegname con 30mila lire faceva meglio”.

Non è difficile trovare analogie con altri settori artistici: il comparto musiche, ad esempio. Ammettiamolo, il western è un genere che difficilmente potrà raccontare meglio di quanto non abbia già raccontato, quindi preparatevi ad aprire le borse e godere a piene mani dal lavoro altrui.

Che stiamo parlando di un gran film lo si può affermare anche perché resta chiaro, nitido alla mente, senza bisogno di una nuova visione. Tutto resta freschissimo, quali che siano le preoccupazioni che vi riempono la testa, perché l’espressione affascinata nel volto di James Franco, le convinzioni del vecchio cercatore di oro, la partita di poker al saloon, la corsa della corriera, le parole non dette del sig. Arthur, non potranno non entrarvi in testa. Questa è la buona scrittura: rallentare, accelerare, andare avanti e poi tornare indietro, senza però far mai perdere l’orientamento.

Per chi ama le storie, i racconti e la buona scrittura, è un film che colpisce nel profondo. Nonostante la coralità dei personaggi, i veri protagonisti siamo un po’ noi che ascoltiamo e assistiamo, con il narratore motore di ogni emozione. Al contrario delle favole della buona notte, qui non vi stancherete e non crollerete cullati dalla sua voce, ma gli chiederete: “raccontamene un’altra!”.

PS: La visione di questo film è caldamente consigliata in lingua originale. L’accento texano non si doppia!


A cura di Sebastiano Belfiore

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Sebastiano Belfiore

Studente di Scienze Internazionali presso uniTo. Un giorno capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione, io oscillo un pò qui un pò la..questione di prospettiva.
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