Bottiglie, sacchetti, bacinelle, tappi e flaconi. Ma anche fibre tessili, occhiali, lattine, materiali medici e persino gomme da masticare. La plastica fa parte delle nostre vite in una misura di cui spesso neppure ci rendiamo conto.

 

Un successo facile da comprendere

Duratura ed economica, resistente ed impermeabile, la plastica non muffisce, non si ossida ed assume qualsiasi forma gli si voglia dare.

Fatta di polimeri organici ricavati per lo più da idrocarburi, la plastica è nota all’uomo sin dal diciannovesimo secolo, anche se è a partire dal secondo dopoguerra che ha conosciuto la sua età dell’oro. Le cifre sono impressionanti: si calcola che fino al 1950 ne siano state prodotte in tutto il mondo meno di 2 milioni di tonnellate. Oggi, con più di 380 milioni di tonnellate commercializzate annualmente e una crescita media che supera l’8% l’anno, il boom sembra destinato a durare ancora a lungo.

 

Gli effetti sul nostro pianeta

Anche in questo caso le cifre, purtroppo, sono sconvolgenti. La storia comincia nel momento in cui essa viene gettata. Sebbene la plastica venga conferita in discarica, a volte incenerita o più raramente riciclata, una quantità considerevole finisce comunque per essere dispersa sul territorio. Con l’arrivo delle prime piogge l’acqua piovana, scorrendo verso valle, convoglia la plastica nei fiumi e nei canali e da lì finisce in mare. Quanta? Da 1,15 a 2,4 milioni di tonnellate in tutto il mondo. Ogni anno.

Un recente rapporto della commissione europea ha gettato luce sull’impatto che tale mole di spazzatura esercita sulle varie componenti della fauna marina (pesci, cetacei, tartarughe, uccelli marini…). Gli animali interagiscono con la plastica prevalentemente in due modi: il più noto, senz’altro, è l’ingestione. L’ingestione della plastica può provocare conseguenze significative, come ad esempio perforazioni, infiammazioni e ulcerazioni gastriche. Il suo accumulo nel tempo, inoltre, riduce la funzionalità dell’apparato digerente e determina il rilascio di sostanze tossiche. Gli animali ingeriscono direttamente la plastica quando la confondono con il cibo o indirettamente quando si nutrono di prede a loro volta contaminate. È così che la plastica risale la catena alimentare.

Un caso particolare è rappresentato dalle microplastiche. Si tratta di piccoli frammenti, inferiori a 5 mm di diametro, originati dalla disgregazione meccanica di rifiuti più grandi. Essi possono accumularsi rapidamente in quegli organismi che si procurano il cibo filtrando l’acqua marina. Uno dei principali esempi è lo zooplancton, ma il fenomeno interessa anche molti crostacei e molluschi.

Alcuni tipi di rifiuti, come lenze di nylon, buste, anelli di plastica e soprattutto reti da pesca dismesse, possono provocare danni assai più profondi e letali dell’ingestione quando l’animale vi rimane impigliato o intrappolato. Questo processo, noto come Entanglement (aggrovigliamento), può infatti determinare asfissia, annegamento, ferite cutanee, necrosi tissutale, infezioni e amputazioni.

 

Non sempre un incontro ravvicinato con la plastica comporta immediatamente un esito mortale, tuttavia può minare profondamente la salute di un organismo, compromettendone la capacità di svolgere compiti vitali come il riprodursi, il procurarsi il cibo o lo sfuggire ai predatori. Il fenomeno ha ampie dimensioni, tanto che un elevatissimo numero di animali è già venuto in contatto con plastiche o microplastiche.

Esami post-mortem hanno permesso di rinvenire plastiche nel 95% delle carcasse di fulmaro (Fulmarus glacialis) del nord Atlantico, nel 96% di quelle di berta maggiore (Calonectris borealis) del Mediterraneo, nel 41% dei capodogli (Physeter macrocephalus) spiaggiati del Mare del Nord e nel 35% delle tartarughe marine dell’Atlantico nord-orientale.

Ma non sono solo gli uccelli e i grandi animali marini a ingerire la plastica. Il processo riguarda anche molte specie ittiche di interesse commerciale. Per esempio si calcola che più dell’80% degli scampi (Nephrops norvegicus) delle coste occidentali della Scozia contenga materie plastiche. Microplastiche sono state trovate anche nel 63% dei gamberi grigi (Crangon crangon) del canale della Manica e nel 75% delle cozze brune (Perna perna) campionate nell’estuario del Santos in Brasile. Ma l’elenco è lungo: non sono immuni dall’ingestione della plastica neppure pesci di largo consumo come tonni (Thunnus thynnus), pesci spada (Xiphias gladius), aringhe (Clupea harengus), sardine (Sardina pilchardus), acciughe (Engraulis spp.) e molti altri.

 

Che piaccia o no le microplastiche sono ormai entrate a far parte dell’alimentazione umana. Si trovano già nelle nostre feci, ognuno di noi ingerisce o inala decine di migliaia di particelle plastiche ogni anno. Non siamo ancora del tutto sicuri di quali effetti questa massa di microrifiuti possa avere sulla salute umana o animale, ma ci sono molteplici ragioni per stare all’erta.

Numerosi componenti e additivi della plastica sono noti per la loro tossicità. L’elenco è lungo e comprende polimeri come BisfenoloA (BPA), policlorobifenili (PCB), cloruro di polivinile (PVC), ftalati e ritardanti di fiamma. Alcuni di questi agiscono come interferenti endocrini capaci di perturbare il sistema ormonale, generando gravi conseguenze tra cui cancro, riduzione della fertilità e ritardi dello sviluppo sessuale e neurologico. Possono anche concentrarsi nei tessuti degli animali, man mano che risalgono la catena alimentare, mediante un processo noto come biomagnificazione.

Da tutto ciò si evince come spesso a pagare il prezzo più alto sia il consumatore finale. Quindi proprio noi. Attenti dunque a cosa mettete nel piatto, perché la legge del contrappasso dantesco non ammette eccezioni. Per anni abbiamo riempito il mare di plastica. Adesso ce la mangiamo, perché la Natura non è affatto benevola con chi pensa di fregarla.


A cura di Luca Frasconi

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Luca Frasconi

Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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