Il 2018, per la politica italiana, si prospetta un anno ricco di ricorrenze oltre che di fatti rilevanti.

Esattamente il 4 marzo 1848 – ovvero 170 anni prima del giorno delle elezioni che hanno segnato l’inizio della XVIII legislatura repubblicana – veniva adottato dal Regno di Sardegna lo Statuto Albertino, che rappresentò la Costituzione del Regno d’Italia dal 1861 al 1948, anno in cui fu sostituito dalla Costituzione repubblicana.

Il 1° gennaio 1948, esattamente 70 anni fa, entrava in vigore la nostra attuale Costituzione; “la più bella del mondo”, come in molti l’hanno definita nel corso del tempo. Un giudizio, quest’ultimo, fondato su una valutazione essenzialmente della Prima Parte della Carta fondamentale, denominata “Diritti e Doveri dei Cittadini” e suddivisa in 4 Titoli riguardanti rispettivamente i rapporti civili, etico-sociali, economici e politici.

Ben più osteggiata, criticata e a più riprese soggetta a modifiche è stata invece, nel corso dei decenni, la Seconda Parte del Testo, dedicata all’Ordinamento della Repubblica. Già nell’Assemblea Costituente si tennero non pochi scontri circa l’ipotesi di optare per un monocameralismo anziché un sistema bicamerale, vi furono tensioni tra favorevoli e contrari alla regionalizzazione dello Stato, nonché attriti su quanti e quali poteri affidare la Presidente della Repubblica, e così via.

Successivamente, a partire dagli anni ’80, fu inaugurata la stagione delle riforme costituzionali, volte in primo luogo a modificare la nostra forma di governo parlamentare. In questi quarant’anni circa, sono stati ben 6 i tentativi di riforma, dei quali solo uno è andato a buon fine; la riforma costituzionale del Titolo V, approvata con referendum popolare nel 2001. Ovvero, l’unica che non metteva mano in senso stretto alla forma di governo.

Ma da dove deriva tutta questa necessità di alterare la nostra forma di governo? La risposta sta tutta in una parola: Governabilità. La (nostra) forma di governo parlamentare è infatti accusata di non essere in grado di produrre esecutivi stabili e, dunque, di non consentire un’adeguata governabilità al Paese. Ovviamente, a tutto ciò contribuiscono anche altri elementi, come l’estrema frammentazione del nostro panorama politico e partitico (secondo i più eminenti scienziati politici l’Italia è infatti affetta da una sindrome denominata “multipartitismo estremo”) e le leggi elettorali. Circa queste ultime, tuttavia, è stato dimostrato da uno studio di YouTrend come con qualsiasi sistema elettorale si fossero tenute le elezioni dello scorso 4 marzo, nessuna maggioranza sarebbe stata raggiunta.

Che la colpa dell’ingovernabilità italiana sia dunque davvero ascrivibile soprattutto al parlamentarismo? E, soprattutto, quali sono le alternative a questa forma di governo?

In questo articolo cerchiamo di riassumere brevemente le caratteristiche centrali delle tre principali forme di governo esistenti oggi che potrebbero rappresentare una possibilità per il futuro dell’Italia, ciascuna promossa da una diversa forza politica del nostro paese; centrosinistra, Movimento 5 Stelle e centrodestra.

SISTEMA PARLAMENTARE

Una prima ipotesi è, semplicemente, quella di mantenere l’attuale forma di governo; ovvero, il Parlamentarismo. Tra le tre forze politiche italiane, questa è senz’altro l’opzione maggiormente promossa dal Movimento 5 Stelle, che si è sempre dichiarato intenzionato a volere «riportare il Parlamento al centro del sistema istituzionale, così come prevede la Costituzione»; intenzione palesata anche dal neo presidente della Camera Roberto Fico durante il suo discorso di insediamento. Nonostante negli ultimi anni siano proliferate procedure di emergenza del Governo quali decreti legge, maxiemendamenti e fiducie che hanno inciso negativamente sul ruolo costituzionale del Parlamento, rimane quest’ultimo il perno centrale del nostro ordinamento.

Un sistema parlamentare si fonda infatti sostanzialmente su 4 pilastri:

  • Un unico circuito elettorale, nel quale i cittadini eleggono i membri del Parlamento
  • Un Governo che si forma in Parlamento come espressione di una maggioranza in grado di ottenere la fiducia dal Parlamento stesso
  • Un Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento
  • La prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica di sciogliere il Parlamento e di indire nuove elezioni.

Un simile sistema ha dunque il pregio di assicurare un’omogeneità di indirizzo politico tra Legislativo ed Esecutivo, non sempre riscontrabile in altri sistemi.

Chi sostiene il mantenimento della forma di governo parlamentare ritiene che i problemi odierni del nostro paese non derivino da una debolezza endemica degli Esecutivi, ma da fattori quali la frammentazione politica e la presenza di leggi elettorali non adeguate.

Ciononostante, tra i sostenitori del parlamentarismo vi è anche chi propone di “correggere” la forma di governo, ad esempio rafforzando la figura del Primo Ministro, come avviene in altre democrazie parlamentari quali il Regno Unito, la Spagna e, soprattutto – trattandosi di una Repubblica e non di una Monarchia – la Germania. In quest’ultimo caso, infatti, è il Parlamento ad eleggere il Cancelliere (così si chiama il Primo Ministro in Germania), tenendo ovviamente conto dei risultati delle elezioni nonché del nome proposto dal Presidente della Repubblica all’indomani del voto. Una volta eletto, il Cancelliere può quindi contare su una maggioranza parlamentare che si esprime sulla sua persona e, inoltre, si trova in una posizione di preminenza rispetto ai ministri da lui scelti e proposti al Presidente della Repubblica.

SISTEMA PRESIDENZIALE

Il Presidenzialismo è una proposta portata avanti ormai da diversi anni da vari partiti e movimenti della destra italiana, a partire da “Libera destra” di Gianfranco Fini, e inserita tra i punti chiave del programma elettorale comune del centrodestra a queste ultime elezioni.

Un sistema presidenziale si presenta come l’esatto opposto di un sistema parlamentare, dal momento che, come lasciano intendere i nomi, al centro del sistema non vi è il Parlamento (un organo collegiale), bensì il Presidente della Repubblica (un organo monocratico, ovvero formato da una sola persona). Le caratteristiche principali di un sistema presidenziale sono le seguenti:

  • Due circuiti elettorali differenziati, uno dedicato all’elezione popolare diretta del Presidente, l’altro del Parlamento
  • Il Presidente della Repubblica come Capo di Stato e Capo del Governo, con un Esecutivo alle sue totali dipendenze
  • Una separazione rigida tra i poteri esecutivo e legislativo – il primo affidato al Presidente e al suo Governo, il secondo al Parlamento – che si esplicita sia nell’assenza di un rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento, sia nell’impossibilità del Presidente di sciogliere il Parlamento.

I critici del sistema presidenziale ne contestano l’eccessiva concentrazione di poteri in capo a un’unica persona, il Presidente. Questo nonostante il fatto che il modello presidenziale per eccellenza, quello statunitense, preveda svariati “correttivi” che si ispirano al principio del bilanciamento dei poteri, in base al quale ogni potere ha la possibilità di controllare e di condizionare gli altri nell’esercizio delle rispettive funzioni. Coloro che lo promuovono, ritengono al contrario che il Presidenzialismo possa garantire allo stesso tempo governabilità, grazie alla stabilità del Governo guidato dal Presidente, e rappresentatività nella composizione del Parlamento.

SISTEMA SEMIPRESIDENZIALE

Nato con la V Repubblica francese, il semipresidenzialismo si presenta come un ibrido tra il modello presidenziale e quello parlamentare. A caratterizzarlo maggiormente sono infatti due elementi presi in prestito dai sistemi sopradescritti: rispettivamente,

  • La presenza di due circuiti elettorali differenziati, uno dedicato all’elezione popolare diretta del Presidente, l’altro del Parlamento
  • L’esistenza di un rapporto di fiducia tra il Governo e il Parlamento.

Nel sistema semipresidenziale, il Presidente della Repubblica è Capo di Stato ma possiede anche poteri in qualità di Capo del Governo, condivisi con il Primo Ministro. Non a caso, nei paesi semipresidenziali si parla di “esecutivi dualistici o bicefali”; ovvero, con due capi.

Il Presidente nomina e può revocare il Primo Ministro, il quale sceglie i ministri che, assieme a lui, andranno a formare il Governo. Oltre a dover ricevere la fiducia dal Parlamento, il Governo può anche essere sfiduciato da quest’ultimo o revocato dal Presidente – ovviamente nei limiti imposti dalla Costituzione. Ciò che invece il Parlamento non può fare è sfiduciare il Presidente, mentre è riservata in via esclusiva a quest’ultimo la possibilità di sciogliere il Parlamento ed indire nuove elezioni.

Già dai tempi della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali del 1997 presieduta da D’Alema, che presentò una riforma sul modello francese, il semipresidenzialismo è sempre stato un cavallo di battaglia del centrosinistra, appoggiato tanto da intellettuali quanto da esponenti politici di primo piano, quale Dario Franceschini del PD.

Chi elogia il modello, ritiene che esso possa garantire all’Italia soprattutto stabilità e governabilità, consentite dal fatto che, come avviene in Francia, il mandato del Presidente e quello del Parlamento abbiano uguale durata (5 anni) e le elezioni parlamentari seguano di poche settimane quelle presidenziali. Ciò fa sì che il più delle volte entrambe le elezioni abbiano lo stesso risultato e, pertanto, che il Presidente appartenga alla medesima parte politica che ha ottenuto la maggioranza in Parlamento. Quando ciò non avviene, si parla di coabitazione, dal momento che sono costretti a governare insieme un Presidente ed un Primo Ministro espressione di diverse forze politiche. Parallelamente, chi critica il modello semipresidenziale ritiene invece che proprio la sostanziale contestualità di elezioni presidenziali e parlamentari possa generare un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani del Presidente.

 

Questi sono dunque i tre principali bivi dinnanzi ai quali sembra trovarsi la nostra forma di governo. La quale, tuttavia, continuerebbe comunque a mantenersi di natura repubblicana, come previsto dall’articolo 139 della nostra Costituzione; nonostante anche l’alternativa monarchica, ancora nel 2018, non abbia smesso di far parlare di sé…


A cura di Samuele Nannoni

The following two tabs change content below.

Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la selezione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
5.00 avg. rating (96% score) - 1 vote
author

Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la selezione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
2 Comments

2 Comments

  • Fabio Pignotti

    28 Mar 2018 - 10:33

    Articolo come sempre chiaro ed estremamente documentato. Nel leggerlo appare “divertente” come il centrodestra e il centrosinistra siano vicini nel ritenere valida la soluzione più o meno presidenzialista in nome di una aumentata stabilità del paese mentre il M5s, che difficilmente mi viene da non collocare da una delle due parti, punti ad una centralità del parlamento pur essendo lui stesso, il M5S, la causa prima della sua inattività. Vengo e mi spiego: da quando il M5S del “non mi alleo con nessuno”, “centrodestra e centrosinistra sono uguali nello spartirsi il potere e uccidere la democrazia”, “mai con chi ha governato fino ad ora” esiste il parlamento ha perso ogni capacità decisionale. L’ondivaghezza e l’incapacità endemica di mantenere fede ai patti costruiti nelle commissioni (vedasi legge Cirinnà) ha, di fatto, obbligato ogni esecutivo a ricorrere all’istituto della fiducia per ottenere una qualsiasi scelta parlamentare che, altrimenti, sarebbe andata ad infrangersi con i termini di presentazione o di discussione. Verrebbe da pensare che il suddetto movimento abbia come fine ultimo l’instabilità di qualsiasi governo, l’immobilismo di qualsiasi parlamento fino al raggiungimento, direi per sfinimento, di una maggioranza tale che gli dia un peso definitivo e incondizionato all’interno del parlamento stesso, raggiungendo, di fatto, una quarta strada piuttosto lontana dallo spirito della costituzione.

  • Samuele Nannoni

    29 Mar 2018 - 14:55

    Pur essendo in parte d’accordo nel ritenere le posizioni del M5S talvolta poco chiare, altalenanti e mutevoli nel corso della legislatura, ritengo forse esagerato sostenere che gli esecutivi siano stati “costretti” a ricorrere a provvedimenti che la Costituzione consentirebbe esclusivamente per “casi di emergenza” a causa del comportamento dei 5 stelle.
    Oltretutto, non è certo durante quest’ultima legislatura che il numero di progetti di legge del Governo ha ecceduto quello dei disegni di legge di origine parlamentare per la prima volta. Questa prassi, purtroppo, va avanti da circa un decennio se non di più ed è in buona parte diretta conseguenza del proliferare della produzione normativa europea, che richiede applicazione nel nostro ordinamento tramite delega al Governo da parte del Parlamento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *